La paga del sabato di Beppe Fenoglio

Ettore era impressionato per sé e per loro, si domandava come facevano quei due a non essere per niente cambiati da allora mentre lui era cambiato tanto da non riconoscersi più, cominciò a dirsi che forse era perché loro non l’avevano fatto bene il partigiano, non ci avevano messo tutto, non ci si erano esauriti…

 

Lei passo avanti d’un balzo, felice, perché sapeva che per lui era un modo d’eccitarsi, guardarla camminare da dietro, sapeva che lui ora non staccava gli occhi dal movimento svelto delle sue gambe sotto la gonna scodinzolante. Ma Ettore non le guardava le gambe, guardava le luci della città abbasso e la sagoma tozza della fabbrica della cioccolata, e andando pensava già al ritorno.

Se mi dovessero chiedere -tra giorni, settimane- cosa ricordo de La paga del sabato di Beppe Fenoglio risponderei: le parole, certe espressioni, alcune frasi. Esempi? “Portare il calcestruzzo dalla betoniera a dove faceva bisogno”, “Anche io devo combinare in maniera che la gente faccia l’abitudine a qualcosa deciso da me”, “Fa proprio bisogno che te lo dica quando vado in Francia?”, e poi la mia preferita: “Gli voglio più bene che a te e se mi mettessero il problema di chi lasciar morire di voi due, lascerei andare te senza pensarci un minuto”.

È il nostro stesso italiano, ma diverso. Una lingua con combinazioni e sfumature differenti da quelle con cui siamo cresciuti, che abbiamo imparato con amici, dai genitori, dalla televisione, a scuola, che usiamo. In un certo senso più elegante. Parlata da persone, dai ragazzi di fine anni ’40, che avevano modi meno grossier rispetto ai parametri a cui siamo abituati adesso.

Ed Ettore, protagonista del racconto di Fenoglio, è un po’ tutto questo, e di più. L’esperienza in guerra, gli ideali di partigiano, l’inadeguatezza in una quotidianità che non sembra essere più sua, lo allontanano da quelli che erano i suoi valori per portarlo alla morte.

Le scelte, la ripresa di un’esistenza come le altre, e, forse più di tutti, gli altri, con cui confrontarsi e relazionarsi ogni giorno sentendosi incompresi. Ettore si scontra con l’impossibilità di tornare ad essere quello di prima ed a decidere per lui, ora, sarà la vita stessa.

(Scritto con il contributo di AvS)

Smettere di pensare

Abbiamo deciso che dalle 19:00 si smette di pensare. O meglio, tu l’hai deciso. Che è una regola di Via Principe Amedeo e ti ho detto che voglio farla mia. Hai risposto che devo pagarti. 50 euro. Una cifra modesta pensando a tutte le altre volte che le idee buone le hai avute tu. E adesso pompi l’ego perché forse non te lo confesso mai abbastanza. Sempre che tu lo legga questo post… dici che lo fai, ma ho seri dubbi che sia vero.

E’ notte. Sono esausta, ma contenta di poter tornare a scrivere dal letto, mentre attorno ci sono i rumori lontani delle macchine che passano e della gente sui marciapiedi. Il caos mi piace perché silenzia i pensieri. Nel silenzio rimbombano e fanno ancora più eco.

Se dalle 19:00 si smette di pensare, allora come posso scrivere con il buio? Di nascosto da tutti con il suono dei tasti. Devo scrivere senza pensare. Mi sembra un buon compromesso. Ah, ecco un’altra parola che odio: mentire e compromesso. La aggiungo alla lista.

Chi non se ne va

Non ho paura della solitudine. Solo se impari a stare bene con te stesso, potrai stare bene con gli altri.

A me non piacciono gli addi. L’ho scritto anche in un primissimo post, anni fa ormai. Mi piacciono però le persone che restano, che sanno restare, e mi piacciono tanto.

Così, a volte, lo chiedo. Lo chiedo per cercare sicurezze, per sentire di essere davvero importante per qualcuno. E’ fondamentale.

– Perché ci tieni così tanto a me?

Come mai me lo chiedi?

– Perché ho l’impressione che tu non sia una di quelle persone che se ne vanno.

 Infatti non lo sono.

– Appunto.

– Paura che me ne vada?

– Ho paura che tutti se ne vadano.

– Io non potrei mai. Non voglio, soprattutto.

– Grazie. È importante per me.

Non hai idea di quanto sia importante per me rimanere. Perché ci tengo così tanto a te? Perché sei tu, mi verrebbe da dire. E tante altre cose.

– Mi fa stare bene questa risposta.

– Ne sono genuinamente felice. Temevo fosse un po’ banale…

Perché ti amo

– Perché mi fai soffrire?
– Perché ti amo.
Ora era lui ad arrabbiarsi: – No, non mi ami! Chi ama vuole la felicità, non il dolore.
– Chi ama vuole solo l’amore, anche a costo del dolore.
– Mi fai soffrire apposta, allora.
– Sì, per vedere se mi ami.
La filosofia del Barone si rifiutava d’andar oltre. – Il dolore è uno stato negativo dell’anima.
– L’amore è tutto.
– Il dolore va sempre combattuto.
– L’amore non si rifiuta a nulla.
– Certe cose non le ammetterò mai.
– Sì che le ammetti, perché mi ami e soffri.

 

Il barone rampante – Italo Calvino